Laguna Colorada, Bolivia, 2018

Viaggiando si cura il corpo e lo spirito

Linda Pisicchio è una trentaduenne che poco meno di 4 anni fa ha scoperto di avere un tumore alla testa del pancreas. Il suo è un caso emblematico di come si possa convivere con un tumore metastatico al pancreas per un periodo così lungo. La sua storia, come altre presentate sulle nostre pagine, è un intreccio inestricabile di  una fortissima determinazione e qualità della persona, della peculiarità biologica del  suo tumore e dell’alta professionalità della squadra medica che l’ha presa in cura. Questo caso si presta a riflessioni e considerazioni sul percorso terapeutico e apre un piccolissimo spiraglio di speranza per la cura del tumore metastatico ove la biologia del tumore lo consenta.

Come hai scoperto di avere un tumore al pancreas

Sul finire del 2014 ho cominciato ad avvertire problemi di digestione e dolori allo stomaco. Ho fatto gli esami del sangue che sebbene avessero qualche valore leggermente fuori dallo standard  non destavano particolare preoccupazione. Nel Maggio 2015 ho fatto una ecografia all’addome e non è venuto fuori niente, a questo punto il medico di base nell’incertezza mi ha prescritto una visita dal gastroenterologo che ha deciso  per una TAC all’addome. Il dubbio del medico base ha innescato un processo che mi ha portato a scoprire la malattia. Inizio Giugno 2015 visti i tempi lunghi di prenotazione del Sistema Sanitario Nazionale  ho deciso di fare la TAC in una struttura privata. Immediatamente dopo la TAC continuavo a star male con dolori lancinanti all’addome per cui la mattina in cui ho ritirato il referto della TAC mi sono fatta accompagnare direttamente da mia madre in pronto soccorso dell’ospedale di Borgomanero. Lì ho mostrato al medico di turno il referto della TAC la cui comprensione onestamente non mi era stata immediatamente chiara

Machu Picchu, Perù, 2018 e Montagnette Sette Colori, Peù, 2018

Qual è stata la diagnosi

Il medico di turno nel Pronto Soccorso  dopo la visita e la lettura della TAC ha cominciato a parlare di centro oncologico di riferimento senza che io avessi una esatta comprensione di quello che dicesse. Il medico ha capito dall’espressione della mi faccia che ero persa e  mi ha spiegato che verosimilmente c’era una lesione tumorale alla testa del pancreas con numerose metastasi al fegato e che bisognava cercare un centro specializzato.

Come ti è stata comunicata la diagnosi

Il medico a quel punto si è reso conto dello stato psicologico in cui mi sono venuta a trovare e mi ha chiesto se volevo un bicchiere d’acqua, gli ho risposto di si. Mi ha poi chiesto se c’era qualcuno che mi accompagnava. Ho risposto che c’era mia madre e  il medico ha invitato mia madre nell’ambulatorio e gli ha illustrato la situazione. Subito dopo un’infermiera si è presa cura di noi mentre il medico  telefonava a Torino ad un suo referente il quale ha segnalato il nome del dott. Michele Reni come oncologo. Il medico si è fatto carico di telefonare al S. Raffaele e ha fissato un appuntamento per me nel giro di una settimana. Nel frattempo nel pomeriggio sono comunque andata alla visita già prenotata con il gastroenterologo che aveva prescritto la TAC che ha cercato di rassicurarmi. La successiva visita con l’oncologo che mi era stato suggerito, il dott. Michele Reni, mi ha confermato la diagnosi e mi ha prescritto la biopsia il cui referto definitivo è stato: adenocarcinoma duttale del pancreas, reperti orientativi per primitività pancreatica o biliare. Quindi si trattava di un tumore allo Stadio IV. Il valore della CA 19.9 era di 815.

Machu Picchu, Perù, 2016

Qual è stato il percorso di cura

A Luglio 2015 ho cominciato il primo ciclo di chemio con Abraxane e Gemcitabina. Inizialmente era previsto durare 6 cicli, 3 infusioni per ciclo. In questo periodo ho misurato il CA 19.9 mensilmente e ho eseguito il controllo TAC ogni due mesi. Dopo due mesi la prima TAC ha evidenziato una regressione della massa tumorale e un forte abbassamento del CA 19.9 da 815 a 91. Dopo il terzo mese di chemio il CA 19.9 era ulteriormente sceso a 31 per stabilizzarsi nei mesi successivi su questo valore. La TAC di controllo al sesto mese ha mostrato un’ulteriore risposta alla cura in corso e per questo motivo, anche in virtù della buona tolleranza che mostravo, l’oncologo ha deciso di continuare con lo stesso protocollo con dosi ridotte al 60%. In definitiva invece dei canonici 6 cicli per sei mesi ne ho fatti 8 per 8 mesi, concludendo questo primo giro di chemio a Febbraio 2016. L’effetto collaterale meno piacevole è stato la perdita dei capelli, più difficile da sopportare rispetto alle nausee o qualche conato di vomito. Nel frattempo ho continuato ad effettuare TAC di controllo ogni 2 mesi insieme al controllo del valore del CA 19.9.

Settembre  2016 si è manifestata una ripresa della malattia che aveva dato i suoi primi segnali con dei dolori addominali sul finire dell’estate  2016 e con un innalzamento del valore del CA 19.9 a 51. Ripresa di malattia confermata da una TAC ragione per cui l’oncologo ha deciso per un ulteriore giro  di Abraxane più Gemcitabina durato questa volte 6 cicli e terminato a Febbraio 2017. Il marcatore CA 19.9 si è normalizzato dopo 2 cicli e la TAC dopo 3 mesi ha mostrato una risposta parziale mantenuta anche al successivo controllo a 6 mesi. Visto l’andamento del marcatore l’oncologo ha deciso per TAC di controllo a 3 mesi anziché 2. Anche in questo caso fortunatamente il mio corpo ha sopportato bene la chemio.

Maggio 2017 è stato deciso di di inserire una protesi endobiliare perché è comparso un ittero, il CA19.9 nel frattempo era salito a 80 e la TAC evidenziava una progressione locale al pancreas e al fegato. Per questo motivo, dopo l’endoprotesi, ho di nuovo ripreso con il protocollo Abraxane più Gemcitabina.

A Giugno 2017  a causa dell’innalzamento dei valori del CA 19.9 e della presenza di due lesioni eptiche ho iniziato un ulteriore giro di chemio di 5 cicli utilizzando sempre il protocollo  Abraxane più Gemcitabina. Fortunatamente ho ancora risposto alla cura perché i valori del CA 19.9 sono scesi da 48 a 39, 28, 22 e 22. A questo punto l’oncologo, il dott. Michele Reni, e il reponsabile della radioterapia, dott. Paolo Passoni, immediatamente dopo la fine della chemio hanno deciso per un ciclo di radioterapia di due settimane accompagnato dall’assunzione di Capectabina, il tutto concluso a metà Novembre 2017

inizio Luglio 2018 è stato deciso per un piccolo intervento di pulizia della protesi endobiliare perché i dati di laboratorio evidenziavano una colangite in relazione ad aumento degli indici di sofferenza biliare: gammaGT e fosfatasi alcalina.

fine Luglio 2018 a causa della ricomparsa di metastasi al fegato l’oncologo insieme al radioterapista hanno deciso di effettuare 5 sedute di radioterapia che hanno sortito un ottimo effetto. Alla TAC di controllo entrambe le lesioni hanno risposto alla radioterapia.

L’ultima PET del Novembre 2018 ha mostrato che le metastasi al fegato sono sparite. Mi sono meritata un bel pianto liberatorio, che diamine!, seguito da una settimana di festeggiamenti.

Salar de Uyuni, Bolivia, 2018

Alcune considerazioni. L’autorizzazione all’utilizzo dell’Abraxane da parte dell’AIFA non contempla l’utilizzo del farmaco dopo averlo interrotto per un periodo prolungato. L’oncologo, il dott. Reni, nella convinzione che il mio tumore non avesse sviluppato resistenza al protocollo Gemcitabina più Abraxane ha richiesto questo ultimo farmaco in forma gratuita alla casa farmaceutica che lo produce per il suo utilizzo nei due trattamenti successivi al primo. I risultati gli hanno dato ragione e gliene sono grata. Seconda notazione. Si parla spesso di team multidisciplinare, posso solo dire che nel mio caso la collaborazione tra oncologo, radioterapista e radiologo, soprattutto nella fase della gestione delle metastasi al fegato, è stata fondamentale.

Oggi a distanza di quattro anni dai primi sintomi cosa ci puoi dire

Ovviamente una diagnosi di tumore al pancreas non può non aver un impatto però ho cercato di conviverci continuando a lavorare e facendo le attività che più mi gratificano, una fra tutte: viaggiare. Mentre concludevo un ciclo di chemio, senza dire niente all’oncologo, ho prenotato un viaggio in Brasile sperando che i valori ematici non facessero slittare l’ultima seduta che ho poi fatto regolarmente, così son partita per il Brasile. Al ritorno ho raccontato un po’ timorosa  all’oncologo del viaggio; invece è stato molto contento della notizia e ne ha parlato in termini positivi con altri pazienti per spronarli a impegnarsi in attività positive. Quello è stato il primo viaggio a cui è seguito un viaggio in Marocco, due in Perù, uno in Cina, uno in Sud Africa e uno in Bolivia.

Mi ritengo fortunata perché oltre ad aver avuto la buona sorte di una biologia del tumore che ha risposto ai farmaci sono stata aiutata in maniera decisiva nelle scelte terapeutiche da una squadra di medici, includendo anche il medico di base, che ha saputo cogliere le opportunità di cure a disposizione in funzione dello stato della mia malattia. 

Poi ho avuto e ho un grande supporto da parte di tutta la mia famiglia arricchito dall’affetto e dalla vicinanza del mio gruppo di amici, tra tutti la mia insostituibile e dolcissima amica Regina. 

Muraglia cinese e Shanghai, Cina, 2018

A fronte di tante storie negative sul comportamento dei datori di lavoro la mia è un’esperienza positiva  perché in tutte le situazioni di bisogno sono stata aiutata dai miei colleghi e dai miei superiori. 

Adesso sto pianificando il prossimo viaggio per il Nepal.

Capo di Buona Speranza
Capo Buona Speranza, Sud Africa
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